Il pianeta rosso

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Giugno 2018 (Anno XV – Numero 5) sul pianeta rosso del sistema solare.

Il quarto pianeta dal Sole, subito dopo la Terra, è Marte: un mondo polveroso, freddo, deserto e con una sottile atmosfera. Questo pianeta ha le stagioni, le calotte polari, vulcani estinti e canyon. È uno dei corpi più esplorati del nostro sistema solare, ed è finora l’unico pianeta dove abbiamo inviato rover per esplorare il territorio. Le missioni Nasa hanno trovato molti indizi sul fatto che Marte fosse più caldo e piovoso, almeno miliardi di anni fa. Furono i Romani a chiamarlo così, come il loro dio della guerra, a causa del suo colore rosso come il sangue, mentre gli Egiziani lo chiamavano “Her Desher” che significa proprio “quello rosso”.

Marte in numeri
Il pianeta rosso ha un diametro di 6.800 km, la metà della Terra (13.000 km), con un’inclinazione di 25°, una lunghezza dell’anno di 687 giorni e una forza gravitazionale metà della nostra. Appartiene al gruppo dei “pianeti terrestri”, dove però sembra non essere presente vita biologica complessa, d’altronde vi è una temperatura media di -50°C. Marte dista 228 milioni di km dal Sole, orbita alla velocità di 100.000 km/h, e possiede due piccole lune (la nostra ha un diametro di 3.500 km): Phobos (22 km) e Deimos (12 km). Ha una massa 10 volte inferiore a quella della Terra, con un volume pari ad 1/6 del nostro, un’atmosfera costituita principalmente di biossido di carbonio (96%). La forza di gravità è debole, si pensi che sulla sua superficie il peso di un uomo sarebbe 1/3 (quindi basta trasferirsi su Marte per risolvere tutti i problemi di dieta).

Formazione
Quando il sistema solare stava sviluppando la sua attuale configurazione, 4 miliardi di anni fa, Marte nacque dalla forza di gravità che accentrò gas e materiale per formare il quarto pianeta del sistema solare. Come tutti i pianeti terrestri, Marte ha un nucleo centrale (ferro, nichel e zolfo), un mantello roccioso ed una crosta solida (ferro, magnesio, alluminio).
Presenta interessanti caratteristiche topografiche, infatti i vulcani, i meteoriti, i movimenti geologici e le condizioni atmosferiche, come le forti bufere di sabbia, hanno modellato fortemente il panorama marziano. Troviamo l’enorme canyon di “Valles Marineris” lungo 5.000 km e largo 7 km ed il più grande vulcano del sistema solare chiamato “Olympus Mons” (tre volte più alto del monte Everest).

Acqua
Marte sembra aver avuto molti fiumi antichi, delta e laghi d’acqua, rocce e minerali formatisi dall’erosione dell’acqua liquida (nella figura trovate l’immagine di Marte quando era giovane e come è ora). Oggigiorno, si può trovare l’acqua solamente sotto forma solida nelle regioni polari. Infatti si trovano condizioni troppo sfavorevoli per la sua esistenza in forma liquida: le temperature oscillano dai 20°C sino ai -153°C. Inoltre, se si fosse in piedi sulla superficie di Marte a mezzogiorno, si sentirebbe un tepore primaverile di 24°C ai piedi, ed un gelido vento invernale all’altezza della testa. Alcune volte i venti marziani sono così forti da creare delle bufere di polvere che avvolgono tutto il pianeta, e servono mesi prima che questa si depositi.
Gli scienziati non si aspettano di trovare forme di vita sul pianeta rosso, ma stanno cercando i segni della loro lontana esistenza, quanto il pianeta era più caldo e ricoperto d’acqua. Proprio a giugno il rover Curiosity della Nasa ha trovato delle nuove evidenze conservate nelle rocce sedimentarie che suggeriscono un’antica vita organica molecolare su Marte.

Le lune
Marte ha due lune a forma di patata perché queste hanno una massa così piccola che la gravità non è riuscita a renderle sferiche. I loro nomi derivano dai cavalli del Dio della guerra. Phobos, la luna più grande ed interna, si sta lentamente muovendo verso il pianeta sul quale si schianterà tra circa 50 milioni di anni.
Scrivere per il giornale “La Piazza” è stata l’occasione per scoprire nuove curiosità scientifiche, una mia passione che spero di essere riuscito a condividere anche con voi!

Stephen Hawking

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Maggio 2018 (Anno XV – Numero 5) sullo scienziato Stephen Hawking scopritore della radiazione dei buchi neri.

Stephen Hawking ha lasciato questo mondo ma non è scomparso per sempre, infatti la sua stella ora brilla ancora più luminosa nel firmamento della scienza, ad indicarci la strada da percorrere per scoprire i misteri dell’universo.

Chi è Hawking?
Hawking nasce l’8 gennaio del 1942, esattamente 300 anni dopo la morte di Galileo Galilei, e muore il 14 marzo 2018, casualmente proprio 139 anni dall’anniversario della nascita di Albert Einstein. Egli è stato uno dei fisici teorici più importanti dei nostri tempi, noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri e per il suo impegno nella divulgazione scientifica. Era il direttore di ricerca del Dipartimento di matematica applicata e fisica teorica dell’università di Cambridge, e per 30 anni ha occupato la stessa cattedra che era stata di Isaac Newton.

La malattia
Nel 1963 gli fu diagnostica una malattia degenerativa dei motoneuroni, che ufficialmente gli lasciava solo due anni di vita, ma nonostante ciò egli proseguì alacremente gli studi e le sue ricerche. Dagli anni ’70 è costretto sulla sedia a rotelle, dagli ’80 ebbe bisogno dell’assistenza alla nutrizione e negli anni ’90 perse la voce, ma non si arrese mai, e con l’aiuto di un sintetizzatore vocale riusciva a comunicare con una frequenza di 15 parole al minuto. Egli stesso afferma: “Non ho paura della morte, ma non sono ansioso di morire. Ho tante cose che voglio fare prima”. Nel 1965 si sposò con Jane Wilde, con la quale avrebbe poi avuto tre figli. Malgrado la sua situazione visitò tutti i continenti, addirittura l’Antartide, dimostrando che anche le persone con disabilità possono fare praticamente di tutto, senza sentirsi limitate dalla loro condizione.

Dal Big Bang ai Buchi neri
Intelligente e creativo, si dedica alla ricerca intorno a questi misteriosi gorghi densi e massicci, che riescono a fagocitare anche la luce. Applicò a questi oggetti le teorie quantistiche, scoprendo che i buchi neri perdono radiazioni e particelle, nel loro ciclo che li porta a collassare e scomparire.
La teoria sulla radiazione di Hawking, fece cambiare il modo in cui erano visti i buchi neri: da gigantesche macchine che assorbono ciò che hanno intorno a grandi sistemi di riciclo della materia e dell’energia. I calcoli che lo portarono alla scoperta furono messi in discussione per molto tempo nella comunità scientifica. Le conclusioni erano talmente strane per le conoscenze dell’epoca da far dubitare lo stesso Hawking: l’idea che alcune particelle potessero sfuggire ai buchi neri sembrava impossibile. Egli voleva trovare la vera “teoria del tutto” della fisica, una spiegazione uniforme e omogenea di come funziona tutto ciò che esiste.

Radiazione di Hawking
Dagli anni ’60 Hawking lavora con diversi colleghi per definire meglio i buchi neri, comprenderne le caratteristiche e il loro ruolo nel formare e plasmare l’universo. Grazie a quei studi arrivò alla conclusione che qualcosa riesce a sfuggire a questi gorghi apparentemente senza fondo. Studiava cose che all’epoca non erano state ancora osservate. Oggi, grazie ai telescopi sappiamo che ci sono centinaia di buchi nell’universo. La radiazione di Hawking offre gli elementi più convincenti per capire il rapporto tra i buchi neri e ciò che hanno intorno, ed apre nuovi spiragli per la comprensione della nascita dell’universo.

Giudizio Universale

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Aprile 2018 (Anno XV – Numero 4) sullo spettacolo Giudizio Universale.

Non vi preoccupate, non è ancora arrivata la fine, questo è solo il titolo dello spettacolo che si svolge a Roma all’Auditorium della Conciliazione dal 15 marzo al 31 maggio 2018; uno show creato da Marco Balich che mostra un tratto inusuale del personaggio di Michelangelo e svela i segreti nascosti nella Cappella Sistina.

Chi è Marco Balich?
Marco Balich nasce a Venezia nel 1962, è avviato dal papà avvocato agli studi di giurisprudenza che mal sopporta (perché “non fanno luccicare gli occhi”), infatti appena possibile inizia a fare assistenza ai gruppi rock degli anni ’80, finché stufo non decide di voltare pagina. Allora si dedica prima ai programmi tv e poi alle videoclip di cantanti italiani, fino ad arrivare all’organizzazione di grandi eventi come le cerimonie olimpiche. Marco Balich è definito un “designer di emozioni”, come quelle che abbiamo visto all’Albero della Vita a Expo Milano, e nelle cerimonie di Rio 2016, Sochi 2014 e Torino 2006, di cui egli è fautore.

Lo spettacolo
La Cappella Sistina è il protagonista assoluto sulla scena. Uno dei posti più incredibili nella storia artistica mondiale è posto al centro di uno spettacolo nato dalla contaminazione di molte differenti forme d’arte: l’azione fisica dell’opera teatrale incontra la magia intangibile degli effetti speciali, la tecnologia avanzata è al servizio di una storia fatta di parole e di immagini mai viste prima. I prospetti immersivi a 270° portano il pubblico al centro dell’evento.
Ci sono alcuni dei più grandi talenti internazionali del mondo della musica, del teatro, della produzione televisiva, per offrire agli spettatori un viaggio sensoriale unico, un’esperienza emotiva che ha come soggetto principale uno dei posti più ammirati al mondo.
Realizzato con la consulenza dei Musei Vaticani, questo è il primo show di Artainment, un nuovo genere che mette in connessione il fascino e la bellezza delle più grandi opere d’arte con i codici emozionali e coinvolgenti dello spettacolo.
Senza dimenticare la partecipazione di Sting, che ha composto il tema musicale principale, cantato da lui in lingua latina, e che ci accompagnerà in un’esperienza emotiva, estetica e spirituale da non perdere.
Lo spettacolo creato da Balich è magnifico, una fusione visiva e musicale incredibile, che vi consiglio assolutamente di non perdere!

Walk-Man

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Marzo 2018 (Anno XV – Numero 3) su Walk-Man robot.

L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e il Centro Ricerche E. Piaggio dell’Università di Pisa in Italia, l’École Polytechnique Fédérale di Losanna (EPFL) in Svizzera, il Karlsruhe Institute of Technology (KIT) in Germania e l’Université Catholique de Louvain (UCL) in Belgio hanno realizzato Walk-Man: un robot umanoide capace di agire in situazioni di emergenza, di spegnere gli incendi, di attivare gli estintori e di camminare nelle fiamme. Il robot è progettato per localizzare i pericoli prima dell’intervento delle squadre dei soccorritori.
Il progetto è stato finanziato dalla Commissione Europea dal 2013. Già nel 2015 era stato invitato a Los Angeles alla gara internazionale di robotica Darpa Robotics Challenge (DRC), promossa per definire gli standard tecnologici dei robot capaci di fornire assistenza in caso di disastri naturali o provocati dall’uomo. Durante la sfida il robot aveva affrontato uno scenario ispirato all’incidente nucleare di Fukushima.
Nel 2016 Walk-Man è stato testato in uno scenario reale, in seguito al terremoto ad Amatrice, all’interno di edifici danneggiati per eseguire un’ispezione della struttura e fornire informazioni sulla stabilità dell’edificio.
Nella sua ultima prova il robot ha dovuto affrontare un ipotetico scenario di un impianto industriale danneggiato da un terremoto in cui erano presenti detriti, fughe di gas e fuoco. Lo scenario è stato ricreato in laboratorio attraverso la costruzione di un ambiente fittizio, dove Walk-Man è stato in grado di muoversi ed eseguire questi quattro compiti specifici: aprire e attraversare una porta per entrare nella zona; localizzare una valvola di tipo industriale e chiuderla (per interrompere la perdita di gas); rimuovere gli ostacoli sul suo percorso; identificare la posizione delle fiamme e attivare l’estintore.
Il robot era controllato a distanza da un operatore umano tramite un’interfaccia virtuale ed una tuta sensorizzata vestita dall’operatore, che consente di azionare il robot in modo naturale, controllandone la manipolazione ed i movimenti, come un avatar, mentre si ricevono in modo continuo immagini ed informazioni dai sistemi di percezione del robot.
La nuova versione di Walk-Man è alta 1,85 metri ed è realizzata in metallo leggero (ergal, leghe di magnesio, titanio, ferro e plastica). Il suo peso è stato ridotto di 31 chili (ora pesa 102 chili) e con una parte superiore del corpo (busto e braccia) molto più leggera. Il robot può muoversi più velocemente e riesce a reagire bene alle spinte esterne per mantenere l’equilibrio, in modo da adattare il proprio passo ai terreni accidentati o alle situazioni in cui l’interazione con l’ambiente è variabile. È dotato di una batteria da 1 kWh che garantisce un’autonomia di circa due ore ed è capace di sollevare 10 kg per ogni braccio. Le mani sono state sviluppate dal Centro Ricerche E. Piaggio dell’Università di Pisa in collaborazione con IIT, con dita che permettono di afferrare un’ampia varietà di forme degli oggetti.
Il robot è costituito da ben 32 motori e schede di controllo, 4 sensori di forza e coppia (2 ai piedi e 2 alle mani) e 2 accelerometri per il controllo dell’equilibrio. Le sue articolazioni possiedono una certa elasticità che gli consente di sviluppare azioni fluide ed avere interazioni sicure con l’uomo e l’ambiente. La sua architettura software è basata su framework XBotCore, piattaforma YARP, ROS e Gazebo. Nella testa sono presenti telecamere, scanner laser 3D e microfoni, e potranno essere aggiunti anche sensori per riconoscere la presenza di sostanze tossiche.
Il futuro dei robot umanoidi non è poi così lontano, ed i scienziati italiani danno il loro importante contributo!

Ciaspolare

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Febbraio 2018 (Anno XV – Numero 2) su come ciaspolare sulla neve.

La passione per la neve non significa solamente sci e snowboard, ma anche fare delle ciaspolate. Ultimamente si sta riscoprendo questa particolare attività: un modo antico, lento e silenzioso di godersi la montagna in inverno. Vediamo di cosa si tratta!

Ciaspolare
La ciaspolata è una lenta passeggiata con le racchette da neve ai piedi, le cosiddette ciaspole, da fare in alta montagna nella stagione invernale, quando tutto il paesaggio è coperto di bianco. È un’attività semplice (non servono istruttori), praticabile da tutti (anche dai bambini) ed economica (non richiede una particolare attrezzatura). Un modo affascinante di vivere la neve, con scenari ovattati, un lento incedere tra valli e pendii, immersi in boschi silenziosi di faggi e pini, fino alle cime più alte dove si aprono vedute indescrivibili, paesaggi ghiacciati ed imbiancati.

Le ciaspole
Le ciaspole sono una specie di zatteroni che prima erano realizzate in legno mentre oggi sono in plastica, e che permettono di galleggiare sulla neve fresca evitando di sprofondarci. Sopra la ciaspola è montato un dispositivo basculante sul quale va legata la calzatura. La basculabilità serve per ridurre la fatica e rendere la camminata più fluida. Nei tratti più impegnativi (discese ripide, traversi), dove è bene avere un ottimo controllo della ciaspola, la basculabilità si blocca con un gancio posteriore. L’aggancio dello scarpone è regolabile in lunghezza, ed è composto da una legatura anteriore (in punta) ed una cinghia posteriore (sulla caviglia). Sono presenti anche dei puntali e ramponcini metallici che garantiscano una migliore presa sulle salite ripide e sulla neve dura. Infine nei pendii più duri si può fissare l’alzatacco che tiene sollevato il tallone. Compagni indispensabili delle ciaspole sono i bastoncini, che servono per mantenere l’equilibrio, migliorare il ritmo della camminata ed aiutare la stabilità.

Uso delle ciaspole
Ciaspolare è un po’ come il nordic walking: braccia e gambe si muovono in modo alternato, per cui quando avanza il piede destro si punta nella neve la bacchetta impugnata con la mano sinistra, e viceversa. Nei tratti di ripida salita invece si puntano entrambi i bastoncini avanti per poi far leva e aiutare la spinta delle gambe. La falcata è fatta con passi brevi e gambe appena un po’ più larghe del normale, seguendo la traccia già aperta nella neve (è meno faticoso).

Abbigliamento
Il vestiario deve essere a strati, e bisogna evitare assolutamente di sudare. Le temperature sono molto basse, ma muovendosi il corpo si riscalda velocemente. L’abbigliamento ottimale prevede una maglietta intima traspirante (mai il cotone che si inzuppa) a maniche lunghe, un pile, un giubbetto antivento, pantaloni lunghi da escursionismo (quelli da sci sono sconsigliati perché rigidi e troppo imbottiti, e non vanno assolutamente bene i jeans che si bagnerebbero con la neve) ed infine scarpe da trekking impermeabili. Non bisogna dimenticare di portare un cappello che protegga anche le orecchie dal vento, guanti impermeabili, uno scalda collo ed un paio di occhiali per ripararsi dai riflessi del sole sulla neve.

Itinerari
I posti da visitare qui vicino sono svariati, possiamo infatti arrivare a Livata per scoprire le vedute del Monte Autore, oppure passeggiare tra i boschi di campo Buffone, salire su Monte Calvo e poi scendere a Campaegli; a Campo Felice si raggiungono facilmente le vecchie miniere ed il rifugio Sebastiani; poi ci sono il Terminillo, il Monte Cotento vicino Filettino, Campo Imperatore, Campo Staffi, la zona di Pescasseroli ed Alfedena. È bene andare in gruppo o con una guida alpina locale, per apprezzare meglio i segreti del territorio e viverli in piena sicurezza. Ci sono molti luoghi vicini dove passeggiare sulla neve, allora cosa aspettate a provarne la magia!

Il mistero dei numeri primi

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Febbraio 2018 (Anno XV – Numero 2) sul mistero dei numeri primi – recensione del libro del Prof. Augusto Serrecchia.

Quest’oggi vi presento il libro del Professore Augusto Serrecchia intitolato “Dai numeri primi all’ipotesi di Riemann”, che racconta gli sforzi fatti sinora dalla comunità scientifica per comprendere qual è la logica con cui i numeri primi si distribuiscono nell’insieme dei numeri naturali: il più importante problema irrisolto della matematica.

Numeri primi
Introduciamo prima i numeri naturali, quelli cioè con cui s’impara a contare. Se ad uno qualsiasi di essi si aggiunge 1, si ottiene il numero naturale immediatamente successivo, essi cioè non finiscono mai, sono infiniti, si può infatti sempre avanzare di una unità. Alcuni di questi si definiscono numeri composti, possono cioè essere formati dal prodotto di altri naturali. Invece un numero primo non può essere espresso come prodotto di altri naturali, ossia è divisibile solo per 1 e per sé stesso. Anche i numeri primi sono infiniti, un risultato che ha dimostrato Euclide addirittura 2.300 anni fa. Il teorema fondamentale dell’aritmetica dice che ogni numero naturale (a parte 1) o è un numero primo o può essere espresso in un solo modo come prodotto di numeri primi, come ha dimostrato Carl Friedrich Gauss nel 1801.

Distribuzione dei numeri primi
L’argomento principale del libro è proprio la distribuzione dei numeri primi nell’insieme dei naturali; si succedono in un modo che appare irregolare, ma come ha detto Einstein “Dio non gioca a dadi con l’universo”. I numeri primi sono gli elementi fondamentali della matematica, ed i matematici non sono affatto contenti che questa struttura basilare presenti ancora aspetti misteriosi. Ci deve essere una ratio intellegibile secondo cui i numeri primi si succedono nell’ordine dei naturali. E già da questo si intuisce la suprema bellezza e la severa perfezione della matematica. Ci sono i numeri soli (primi) e quelli accompagnati (composti), e di questa distribuzione non si conosce la logica, eppure questi oggetti entrano ogni istante nelle vite di ognuno di noi, non è infatti possibile fare a meno dei numeri, sono quasi in qualsiasi cosa.

Ipotesi di Riemann
Il primo indizio per decifrare questo mistero è proposto da Gauss, che congettura il teorema della distribuzione dei numeri primi, dimostrata 100 anni dopo da Charles Hadamard: la ricerca di una funzione che fosse legata a tutti i numeri primi nel loro insieme e la cui analisi permettesse poi di individuare la legge che governa la loro distribuzione asintotica approssimata. Nel 1737 fa il suo esordio l’identità di Eulero che contiene tutti i naturali da una parte e tutti i numeri primi dall’altra, ed implicitamente la nozione d’infinito e il concetto di limite, con alcune informazioni sul segreto dei numeri primi.
Siamo infine giunti a Riemann, il quale intuisce che il solo modo di procedere fosse quello di estendere l’identità di Eulero in un contesto geometrico più ampio: il piano dei numeri complessi. Ripropone quindi il problema introducendo una continuazione analitica della formula di Eulero, cioè una sua estensione che la facesse apparire solo come una restrizione di una funzione più ampia ed articolata, definita sul piano di Gauss-Argand. Questa estensione, di cui l’identità di Eulero è solo una parte, viene detta la zeta di Riemann, una funzione complessa di variabile complessa. È come se si fosse sempre ammirato un piccolo pezzetto di un dipinto, e poi un bel giorno si vedesse il quadro completo! Gli zeri complessi della zeta di Riemann costituiscono in un certo senso un insieme duale dell’insieme dei numeri primi.
Il problema è allora risolto? No, non e ̀ cosi! L’Ipotesi di Riemann non è stata dimostrata, se fosse vera avremmo trovato “la musica armonica dei numeri primi”, in caso contrario ci sarebbe solo del “rumore”. Al contrario il mistero si infittisce, con la scoperta di una connessione tra l’Ipotesi di Riemann, la fisica quantistica e la Teoria del Caos.
Insomma, questo è un libro intrigante che ti coinvolge e ti trasporta nella scoperta del più grande problema irrisolto della matematica: l’ipotesi di Riemann. Un mistero incredibile, che attende il genio matematico che lo risolva definitivamente, e chissà se non sia proprio uno di voi!

Nun se po’ mai sapè

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Gennaio 2018 (Anno XV – Numero 1) sullo spettacolo della compagnia teatrale di Castel Madama.

La compagnia teatrale “Quelli che … continuano” hanno messo in scena la loro 18 rappresentazione da quando è nata l’associazione nel 2006. Lo spettacolo intitolato “Nun se po’ mai sapè” vede alla regia sempre Mario Di Nardo, mentre sul palcoscenico si avvicendano Sergio Millozzi, Paola Proietti, Michele Gnocchi, Pina Mancini, Ernesto Izzo, Desirè Catalano, Riccardo Nonni, Laura Tatti, Alessandro Santolamazza e Rodolfo Piersanti.
Naturalmente gli attori sul palco sono stati continuamente sostenuti, affiancati e seguiti da tutti i soci del gruppo teatrale, che si sono occupati di tutto il resto: musiche, luci, scenografia, costumi, trucco, sito web, pubblicità, raccolta fondi, sala e spettatori. Insomma il lavoro non manca di certo, e l’impegno di tutti quanti i sostenitori della compagnia è essenziale per mettere in scena la commedia, in cui si vedono ed apprezzano i frutti di questa enorme e laboriosa attività.
Questa volta siamo a Napoli ed entriamo dentro la casa di Pietro Luongo e la moglie Maria, due semplici impiegati che vivono con i loro figli Guido e Luisa in casa di Alfonso, il padre di Pietro. Costui, da qualche giorno, sembra sia affetto dai mali più strani: un dolore alla spalla, che poi diventa una fitta alla gamba sinistra, ma dopo passa alla coscia quella destra, un “guasto mobile” come lo ribattezzano. I figli Pietro e Giancarlo non sanno che pesci prendere, perché il dottore sostiene che non c’è nessun problema di salute. Questa storia comincia così, ma già dalle prime battute si intuisce che il vecchio Alfonso nasconde qualcosa dietro le sue lagnanze. Si susseguono poi altri eventi che rendono la situazione sempre più complicata, ma anche interessante ed avvincente, con risvolti storici, sentimentali e mondani. Si parla della guerra mondiale, delle deportazioni, di un fratello smarrito durante questi tragici eventi, così come dei problemi di alloggio degli studenti universitari oppure di incalliti dongiovanni.
Quando si risolve un problema ne nasce immediatamente un altro. Tutti vogliono occupare la camera libera di Luisa per una notte: la badante polacca, suo marito, l’amica universitaria di Guido che non trova una sistemazione, Lorenzo che è stato buttato fuori dalla moglie da lui tradita, e per terminare Giancarlo che ha un seccante problema a casa di infiltrazione d’acqua.
A questo punto entra in scena anche una scaltra quanto bizzarra investigatrice di nome Ercola, che sembra inizialmente non aiutare a risolvere il mistero, ma invece è proprio lei che ne svela la verità nascosta. Quella che sembrava la commovente storia di una nipote ritrovata dopo tanti anni, è invece il disonesto tentativo di cercare il tesoro occultato dietro il mattone del cassonetto della stanza di Luisa, di cui il marito di Olga era venuto a conoscenza dal suo compagno in carcere. La badante e suo marito non sono altro che sorella e fratello, due manigoldi che cercano solo di arricchirsi. Non sapevano però che Alfonso aveva già ceduto tutti quei diamanti per mantenere la famiglia e comprare la casa dove vivevano, benché il loro valore fosse molto più alto.
La vicenda sembra finita, ma proprio all’ultimo momento il vecchio Alfonso ritrova per caso due di quei preziosi diamanti, e li regala ai suoi figli. Insomma, “Nun se pò mai sapè” quello che ci riserba il futuro!

Aria velenosa

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Dicembre 2017 (Anno XIV – Numero 9) su inquinamento ed aria velenosa.

Nell’ultimo periodo passeggiare per le strade non ha più lo stesso piacere di prima, infatti quando si respira a pieni polmoni per il paese non si sente più quell’aria pulita di campagna. Noi respiriamo ininterrottamente dal nostro primo giorno fino all’ultimo. È un bisogno vitale e costante, non solo per le persone ma per tutti gli esseri viventi sulla terra. Una cattiva qualità dell’aria è una grande minaccia: nuoce alla nostra salute ed a quella dell’ambiente. La situazione è delicata ed il problema molto complesso, poiché le interazioni sono globali. Approfondiamolo un po’!

Cosa è l’aria?
L’atmosfera è la massa gassosa che circonda il pianeta, articolata in diversi strati con varie densità. Il più piccolo e basso è conosciuto come troposfera (quello dove avvengono i fenomeni atmosferici). L’aria secca è costituita da azoto (78%), ossigeno (21%) e argon (1%), oltre ad una certa quantità vi vapore d’acqua (0,1-4%). L’atmosfera contiene inoltre piccole quantità di centinaia di altre sostanze (CO2, metano, particolato, ozono, CO, ammoniaca, ossidi di zolfo, ossidi d’azoto, e altri ..) misurate in parti per milione e rilasciate in atmosfera dalle attività umane o da fonti naturali (eruzioni vulcaniche, incendi, tempeste di sabbia).

Inquinamento globale
L’inquinamento atmosferico non è un problema solo locale, ma riguarda tutto l’emisfero. Gli inquinanti prodotti in una nazione possono essere trasportati in paesi molto lontani. I gas emessi in Cina e Stati Uniti raggiungono l’Europa, e così vale il contrario, come gli inquinanti generati nelle città arrivano fino alle aree rurali circostanti. Il vento sposta queste masse d’aria contaminata, non c’è posto che si salvi, interno oppure esterno, vicino o lontano.

Qualche numero
L’inquinamento dell’aria è la 4° causa di morte dietro l’alta pressione del sangue, una dieta alimentare sbagliata ed il fumo. Nel 2012 ha infatti causato 6,5 milioni di morti nel mondo per malattie connesse. Ciò dipende dal fatto che il 92% della popolazione mondiale vive in città dove il livello d’inquinamento supera spesso i limiti di sicurezza.

Conseguenze sulla salute
I tre inquinanti che in maniera più significativa incidono sulla salute umana sono: il particolato, il biossido di azoto e l’ozono troposferico. Le particelle solide sono così piccole e leggere che restano in sospensione nell’aria, ed oltre ad entrare nei polmoni riescono a passare anche nel sangue. Esposizioni prolungate possono causare irritazione oculari e cutanee, emicranie, asma, allergie, patologie polmonari, malattie cardiovascolari, e tanti altri danni all’uomo, all’ambiente ed agli altri esseri viventi.

Ozono troposferico
L’ozono è costituito da tre atomi di ossigeno. Negli strati alti dell’atmosfera è fondamentale perché ci protegge dai raggi ultravioletti solari, ma nella troposfera (lo strato a livello del terreno) è molto pericoloso. Esso è aggressivo, corrosivo, riduce la fotosintesi, la crescita delle piante, e produce infiammazione dei polmoni, dei bronchi, e per soggetti già deboli può essere debilitante od addirittura fatale. Nella troposfera si forma come risultato di complesse reazioni chimiche, dove il metano ed il monossido di carbonio (CO) giocano un ruolo di primo piano.

Fonti d’inquinamento
Il contributo delle attività umane alla produzione di inquinanti è dovuto alla crescita demografica, l’agricoltura intensiva, la deforestazione, l’industrializzazione, la climatizzazione delle abitazioni e la diffusione dei combustibili fossili a fini energetici. Il 90% dell’ammoniaca e l’80% delle emissioni di metano provengono dalle attività agricole. Il 60% degli ossidi di zolfo è dovuto alla produzione di energia. Il 40% degli ossidi di azoto derivano dal trasporto stradale, così come il 40% del particolato. Per il 2017 si stima una crescita del 2% delle emissioni di anidride carbonica, per un totale di 41 miliardi di tonnellate di CO2 immesse in atmosfera, di cui il 60% è prodotto per il riscaldamento delle abitazioni, raggiungendo livelli record di concentrazione in atmosfera pari a 405 parti per milione (ppm), molto oltre il limite di sicurezza di 350 ppm.
È importante isolare bene le abitazioni per diminuire il consumo energetico dovuto al loro riscaldamento e le relative emissioni di CO2, ma allo stesso tempo è necessaria una politica globale poiché gli inquinanti prodotti in un paese si spostano comunque in tutto il globo. Siamo sulla stessa barca e dobbiamo lavorare sodo perché non affondi, affinché l’uomo non si avveleni stupidamente con le sue stesse mani.

Cassini ed il Signore degli anelli

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Ottobre 2017 (Anno XIV – Numero 8) sul satellite Cassini.

Questa è una storia che comincia negli anni ‘80 quando si progetta il satellite Cassini, la sonda interplanetaria per l’esplorazione di Saturno, che termina il suo programma il 15/09/2017 allorché la sonda si lascia cadere sul gigante gassoso.

Chi è Cassini?
Giovanni Domenico Cassini (1625-1712) è stato un matematico, astronomo, ingegnere, medico e biologo italiano. Egli ha scoperto 4 satelliti di Saturno: Giapeto, Rea, Dione e Teti. Scoprì inoltre la “Divisione di Cassini” negli anelli di Saturno (la zona scura), a lui intitolata. Fu inoltre il primo che osservò la rotazione differenziale dell’atmosfera di Giove.

Il gigante Saturno
Saturno è il 6° pianeta del sistema solare (la terra è il 3°) partendo dal Sole. E’ il pianeta più massiccio dopo Giove, ed è classificato come gigante gassoso composto da idrogeno ed elio. Il suo nucleo interno è costituito però da silicati e ghiacci solidi, ed è circondato da uno spesso strato di idrogeno metallico. Ha un raggio medio di 120.000 km (10 volte quello della Terra) ed una massa quasi 100 volte quella terrestre. Il nome deriva dal dio della mitologia romana, omologo del dio greco Crono, titano della fertilità e del tempo.

La missione Cassini
Il satellite è stato lanciato con un razzo Titan IV nel 1997, ed ha conquistato l’orbita di Saturno solo nel 2004, dopo 7 anni e 3 miliardi di km. E’ la più grande sonda scientifica inviata per viaggi interplanetari, ed è stato costruito in collaborazione tra le agenzie spaziali NASA, ESA (europea) e ASI (italiana). L’Italia infatti ha realizzato l’antenna di 4 metri con cui la sonda comunica con la terra, lo spettrometro VIMS, il sottosistema di radioscienza RSIS, il radar e lo strumento HASI. Lo studio di Saturno aveva l’obiettivo di ricostruire i processi primari dell’evoluzione di un sistema planetario, e di approfondire la conoscenza della sua composizione e della sua struttura.

Scoperte scientifiche
La sonda Cassini in 13 anni di lavoro (doveva durare solo 4 anni) ha percorso 294 orbite intorno al pianeta ed ha fatto numerose scoperte: i pennacchi di ghiaccio su Encelado, la doppia faccia di Giapeto, i laghi di idrocarburi nella regione artica di Titano, le 62 lune aliene di Saturno, le tempeste primordiali sulla superficie di Saturno (tra cui quella esagonale), le centinaia di anelli intorno a Giove (dischi di rocce e ghiacci) spessi solo qualche km.
Mette inoltre alla prova la relatività generale di Einstein: “un raggio luminoso o un fascio radio viene deflesso e ritardato dal campo gravitazionale di una massa vicina”. Si perfeziona infatti la misura della deflessione prodotta dalla massa solare sui segnali inviati alla terra.

Titano
Cassini ha visto bene Titano (la luna più grande di Saturno), individuando un’atmosfera molto interessante: densa, riducente e prebiotica, cioè adatta allo sviluppo di vita primordiale, come quella avvenuta sulla terra (3 miliardi di anni fa), ma con una temperatura molto più bassa (-200°C). La superficie di Titano è un mondo assurdo, fatto di acqua solida ghiacciata, mentre il metano è allo stato liquido, forma fiumi e mari, e cade come pioggia e neve.

Encelado
La luna Encelado ha anch’essa un fascino particolare, è costituita da crepacci ghiacciati e ripidi promontori, e sfigurata dalla tremenda forza d’attrazione del vicino gigante Saturno, che ha generato profonde fratture del guscio pallido di Encelado. Uno di questo squarci è profondo addirittura 1 km e taglia anche altre strutture morfologiche limitrofe. Cassini ha infine osservato i famosi pennacchi d’acqua espulsi dalla superficie a velocità superiori a 2000 km/h.

E’ incredibile essere riusciti a lanciare la sonda Cassini nel lontano 1997, con una tecnologia molto più primitiva, per un viaggio di 3 miliardi di km ed una missione durata ben 20 anni, ad indagare i principi della formazione del sistema solare e della nascita della vita. E questo è merito anche dell’Italia.

L’Osteria da Ermelinda

Qui sotto è riportato l’articolo pubblicato sul mensile “La Piazza” nel numero di Maggio 2017 (Anno XIV – Numero 5).

Il gruppo del Centro Sociale Anziani presenta una nuova rappresentazione teatrale intitolata “L’Osteria da Ermelinda” dove “se canta, se magna e se brinda”. E per dire il vero gli attori hanno veramente mangiato e bevuto sul palcoscenico, rendendo così la rappresentazione più realistica e l’atmosfera più calda e familiare. Il recital dialettale è scritto e diretto da Michele Marazza, e rappresentato al teatro comunale in occasione della festa del santo patrono S. Michele Arcangelo.

La storia si svolge interamente davanti l’osteria della Sig.ra Ermelinda, dove si raduna quotidianamente un gruppetto di amici che passano il tempo cantando, mangiando e bevendo. Fanno parte della divertente brigata Peppe Cecara e Romoletto (due incalliti scapoloni), accompagnati da Ceccone (lo stornellatore) e Quartuccio (marito di Ninetta), Arturo (marito di Eufemia), Toto che suona la chitarra e Zifefè con il tamburello. Oltre a questi personaggi si incontra Righetto (l’oste), Ermelinda che è la burbera proprietaria dell’osteria, Nannarella (la cuoca), un’anziana signora di nome Lella che ha vissuto molti anni a Roma, Marianicola che ancora cerca marito, le due comari, Rolando rimasto vedovo di sua moglie Rolanda, ed infine le mogli infedeli che confessano al parroco i loro tradimenti ed il Sindaco che non vuole aggiustare le strade dove “scivolano numerose donne”.

Sono state riprese alcune divertenti scene della precedente rappresentazione, che hanno fatto molto successo anche questa volta, come la storia di Arturo ed Eufemia che litigano e si accapigliano per prendere l’acqua alla fontana con un secchio che purtroppo è bucato, oppure quella di Rolando rimasto vedovo, che però scopre di essere stato tradito in continuazione dalla moglie, così decide di non farle più un bel funerale, ma a questo punto lei si alza e va da sola a camposanto.

Certo durante la prima è saltata qualche battuta, ma si tratta pure di un gruppo teatrale amatoriale, e comunque l’impegno profuso è stato grandissimo ed il risultato ottimo: gli spettatori si sono svagati, trascinati in un mondo dove non esiste la play station e ci si diverte cantando e chiacchierando in compagnia, e non davanti al computer usando i social come facebook. Le storielle comiche si susseguono velocemente, interrotte dalle uscite della Sig.ra Ermelinda che sbraita continuamente, e contornate da numerosi canti, stornelli e cantilene, romani ma anche milanesi. Le scene sono intramezzate dal racconto di Romoletto e sora Lella che vantano le bellezze della città di Roma.

Si crea un atmosfera particolare, è un incredibile viaggio nel passato quando la panzanella, la pasta abbrustolita in padella ed il pane bagnato con lo zucchero erano una squisitezza, una prelibatezza, e se il tutto era addolcito da un bicchiere di vino allora era come stare in paradiso.

Tempi passati che sembrano lontani, ma per fortuna c’è il gruppo teatrale del CSA che ci ricorda quei momenti, quelle tradizioni, ed accende una speranza nei nostri animi prigionieri delle viziose abitudini odierne dove si parla ma non si comunica, si sente ma non si ascolta, si possiede ma non si ama, si sceglie senza pensare e si segue la massa, perdendosi in un infinito circolo viziato e folle.